Chi è Egée Berta, la magistrale creatrice di lampi d'immagini a forte valenza impressionista che trascorrono nelle pagine de L'astuccio delle ambre?
Egée Berta è Erzsébet, l'aristocratica ungherese che gioca a scomporre la propria identità in un intreccio di figure diverse: la pittrice nascosta dietro un nome fittizio; l'erede di una tradizione familiare che affonda le sue radici nel mito; la maschera tragica travolta dal caos seguito alla distruzione dell'Impero austro-ungarico.
Ma Egée Berta è anche Mina Lisa, acuta préceptrice d'enfants d'origine francese, la cui esistenza trascolora in quella di Erzsébet fino al limite estremo di sovrapporsi a questa, generando una sorta di «anima comune» che si apre alle possibilità di uno spirito nuovo che si eleva al di sopra delle esistenze singole e accede a una dimensione mitica, di fatti forse mai accaduti, che forse non accadranno mai, ma che sono sempre.
Egée Berta è entrambe, Erzsébet e Mina Lisa.
Coscienza storica comune attraverso più di mezzo secolo di storia magiara, dal Millenario (1896) fino ai Fatti d'Ungheria (1956); interprete raffinata di percorsi individuali descritti con rigore e asciuttezza; creatrice di un romanzo che è una storia di iniziazione alla ricerca della propria identità sia personale sia socio-culturale, formatasi nel crogiuolo di lingue e culture della Mitteleuropea negli anni in cui i particolarismi locali prendono il sopravvento sulla identità ecumenico-imperiale. Viaggiatrice che si muove attraverso mondi differenti: la Transilvania dove sopravvivono antiche storie di stregoneria; la puszta; le città lungo il Danubio, fiume simbolo stesso della «missione asburgica». E più tardi, l'Italia e la Svizzera dove, nella ex colonia naturista di Monte Verità ad Ascona, nella circostanza in cui potrebbe chiarirsi il senso di un' intera vita, una maschera si abbassa ancora una volta sul suo viso. Egée Berta viene scambiata per una vecchia attrice.